Mostri sacri che sanno fare dell’autocritica

Questa e’ una delle caratteristiche che amo tra i veri grandi. La capacita’ di criticare le proprie azioni e il proprio pensiero, o anche cestinare per intero un sogno, con semplicita’, senza maschere.
Spesso capita di assistere a lunghe autocritiche psicologiche, un po’ new-age, che in verita’ sono solo apologie prive di costrutto.

Tom De Marco (che ha scritto Peopleware, un libro brillante) ha recentemente criticato con grande franchezza l’approccio “misura-e-controlla” nell’ingegneria del software, da lui stesso promosso vigorosamente per molti anni. Merita leggerlo, come ogni autocritica vera, non si nasconde dietro a un atteggiamento colpevole, ma un sincero “A non era giusto per questo motivo, B invece era giusto per quest’altro motivo, in fine ormai sono convinto di C”.

Lo stesso si puo’ dire dell’analisi di Kent Beck sulla sua scelta di smettere lo sviluppo di JUnit Max che io personalmente non condivido, ma lui ha sicuramente il punto di vista piu’ completo della situazione.
In particolare ammiro come, dopo aver rinunciato a quello che lui stesso definisce un sogno, ancora caldo di questo “fallimento”, dopo che gli e’ stato fatto osservare che forse non aveva spinto correttamente sul marketing del prodotto, non ha indugiato a spiegare come no, il marketing non era debole, era ben calibrato : ha sbagliato a pensare che JUnit Max potesse avere una solida base di utenti, e l’ha detto, sul marketing non ha sbagliato, e gli andra’ meglio con un altro progetto.

Punto.

Questa e’ l’autocritica : si riconoscono gli errori di fondo e li si spiega, perche’ chi ha fatto l’errore e’ la persona piu’ indicata a identificarlo e spiegarlo.

Spesso noi comuni mortali interpretiamo l’analisi e la spiegazione dell’errore come una specie di giustificazione : “Guardalo li’, sempre a giustificarsi”.

Questo e’ dovuto al fatto che noi comuni mortali siamo abituati all’autocritica di scusa, quella con cui ci autoaccusiamo di quanto accaduto sperando di alleviarne il senso di colpa e in cui non cerchiamo con pensiero limpido le cause prime, cerchiamo piuttosto il solievo della confessione. Non c’e’ crescita nell’autoflagellazione, soltanto l’acquietarsi della propria coscienza, non per niente questo genere di confessione tende a ripetersi errore dopo errore.

In particolare la meccanica a cui siamo piu’ abituati e’ : io che sono in una posizione di debolezza e sbaglio devo confessarmi per rappacificare me e gli altri, chi e’ in posizione di forza, secondo questo criterio, non ha bisogno di alcuna confessione. Per questo, quando i grandi non si scusano, bensi’ si spiegano e fanno un altro passo in avanti, lo confondiamo per orgoglio.

Dovremmo invece tenerci in tasca i rimorsi di coscienza, per quanto scomodi siano, e cercare con tranquillita’ le cause prime e spiegarle con la maggiore precisione possibile, senza alcun fine di scusa. L’autoflagellazione e’ una forma di snobbismo : ci chiudiamo all’analisi e ci poniamo sul piedistallo del peccatore.

Di solito quando l’autocritica e’ una forma di confessione mascherata si capisce abbastanza facilmente : la confessione identifica rapidamente il problema nella persona.
-Mi sono distratto, devo stare piu’ attento-
-Non sono abbastanza bravo-
-Dovevo lavorare di piu’-

Quando il problema identificato risiede nella persona allora l’autocritica (o la critica) mi puzza di flagellazione e buoni propositi.
Darsi la colpa e’ solo una varianzione sul tema di dare la colpa a qualcunaltro, serve solo a convincerci di aver “fatto qualcosa” per rimediare al problema, senza essersi veramente dati la pena di cercare il problema. Una persona puo’ fare un errore, o molti, ma, se abbiamo fiducia in quella persona e’ molto piu’ interessante scoprire cosa ha causato quell’errore, veramente. Cercando la causa prima, senza distribuire colpe inutilmente, per poi lavorare per costruire un contesto che minimizzi tali cause d’errore o che le renda ininfluenti.

Dopo esserci dimenticati di aggiungere una variabile al lancio di uno script che ha mandato all’aria un giorno di lavoro dovremmo essere molto piu’ interessati a spiegare come togliere quella variabile e rendere l’errore impossibile, mentre invece ci concentriamo sul dettaglio morboso delle dinamiche che ci hanno portato alla fatale distrazione.

I grandi che hanno timore di essere giudicati si comportano come noi comuni mortali : si autoflagellano quando devono e si negano quando possono. I grandi, quelli veri, mettono in discussione gli assunti che li hanno portati a sbagliare, il piu’ possibile dritti al punto, senza timori.

Mi piacerebbe imparare ad analizzare il fallimento di un mio sogno con la tranquillita’ intellettuale di Kent che abbandona JUnit Max, senza cercare la mia colpa, ma solo cercando l’errore, ovunque sia, senza scuse, con sincerita’ scientifica.

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3 thoughts on “Mostri sacri che sanno fare dell’autocritica

  1. Tutto molto bello e condivisibile, ma hai dimenticato di citarmi tra i mostri sacri che fanno autocritica! Ci sono rimasto particolarmente male!

  2. bell’articolo!
    Che ne dici un giorno di vederci e esercitarci a fare autocritica giusta su quello che si è capitato più di recente? eheh ;-P

    1. Magari si. Anche se certe cose le abbiamo gia’ abbastanza sviscerate. Appena mi capita di avere un week-end in Ticino con un paio di ore libere mi faccio vivo. O se no per chat durante un mio viaggio in treno, ma sai che e’ altalenante.

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